Quando a settembre la Federazione ha annunciato le 38 giocatrici per le WXV Global Series, il conto era semplice: 19 militavano in Italia e 19 fuori, quindici in Francia e quattro in Inghilterra.
Metà esatta della rosa.
Il Media Guide pubblicato successivamente, aggiornato anche con il rientro di Beatrice Rigoni, ha portato la fotografia a 39 profili: venti giocatrici in Francia o Inghilterra e diciannove nei club italiani.
La differenza tra le due rilevazioni è minima. Quello che conta è la dimensione raggiunta dal fenomeno. L’esperienza nei due principali campionati esteri non riguarda più qualche internazionale isolata: attraversa ormai una parte consistente del gruppo azzurro.
A marzo Fabio Roselli aveva già raccontato quanto fosse estesa la rete da seguire. Oltre alle giocatrici della Serie A Elite, lo staff monitorava una ventina di italiane in Francia e quattro in Inghilterra, distribuite in tredici club.
Pochi mesi più tardi quella geografia è diventata ancora più visibile dentro la Nazionale.
Il salto è arrivato negli ultimi anni
Giocare fuori dall’Italia non è una novità per le Azzurre.
Alla Coppa del Mondo 2017 sette delle 28 convocate militavano in Francia o Inghilterra. Nel Mondiale disputato nel 2022 erano ancora sette, questa volta su una rosa di 32.
Cinque anni durante i quali il peso numerico dell’estero, almeno nelle fotografie mondiali, era rimasto sostanzialmente stabile.
Poi qualcosa cambia.
Nel 2025 le giocatrici in Francia o Inghilterra diventano quindici su 32, il 46,9%. Un anno più tardi la rosa inizialmente scelta per le Global Series arriva al 50%.
Dal 25% del 2017 alla metà del gruppo nel 2026, ma senza una crescita regolare: l’accelerazione si concentra soprattutto nell’ultimo ciclo.
È una distinzione importante. Raccontare un esodo iniziato dieci anni fa e cresciuto in maniera costante sarebbe semplice, ma i numeri dicono altro. Il rapporto tra Nazionale italiana e campionati stranieri ha cambiato dimensione soprattutto negli ultimi anni.
E il numero delle giocatrici racconta soltanto una parte della storia.
Quasi metà dei minuti del Sei Nazioni veniva già da Francia e Inghilterra
Il Media Guide permette di incrociare i nomi con il tempo trascorso in campo nel Sei Nazioni 2026.
Per farlo correttamente bisogna però tornare ai club nei quali le giocatrici militavano durante il Torneo. Sara Mannini era ancora a Colorno; Vittoria Ostuni Minuzzi, Emma Stevanin e Vittoria Vecchini erano al Valsugana. Attribuire i loro minuti ai club stranieri raggiunti durante l’estate falserebbe il dato.
Rimettendo ogni giocatrice nel club di appartenenza di quei mesi, le atlete già impegnate in Francia o Inghilterra totalizzano 2.721 dei 5.602 minuti registrati per il gruppo: il 48,6%.
Quasi un minuto su due.
Il dato non dimostra che il trasferimento all’estero renda automaticamente una giocatrice più forte o più importante per la Nazionale. Per arrivare a una conclusione del genere servirebbero analisi individuali molto più profonde.
Dice però quanto il lavoro svolto quotidianamente fuori dall’Italia sia già presente dentro la squadra azzurra.
E basta guardare alcune formazioni per accorgersene: contro il Sudafrica, a Fontanafredda, undici delle quindici titolari giocavano in Francia o Inghilterra.
La Nazionale di oggi vive già su più campionati.
L’estate 2026 ha spostato ancora l’equilibrio
Terminato il Sei Nazioni, altre giocatrici hanno lasciato la Serie A Elite.
Dal Valsugana campione d’Italia sono partite Vittoria Ostuni Minuzzi ed Emma Stevanin verso Grenoble e Vittoria Vecchini verso Gloucester-Hartpury.
Dal Colorno sono andate all’estero Sara Mannini, Francesca Andreoli, Alice Antonazzo e Sofia Vanni: Harlequins per Mannini, LOU per Andreoli e Antonazzo, Valkyries Normandie per Vanni.
Nel censimento di mercato ricostruito da RhynoSmm per la stagione 2026/27 sono quindi sette le giocatrici provenienti dalla Serie A Elite 2025/26 che hanno scelto Francia o Inghilterra.
Tre arrivano dal club che ha appena vinto lo Scudetto.
Quattro da una società la cui storia, pochi mesi dopo l’ultima stagione disputata, ha subito una rottura molto più profonda.
Ed è impossibile leggere i sette trasferimenti nello stesso modo.
Il caso Colorno pesa sul dato del 2026
A giugno le società legate al precedente Rugby Colorno sono entrate in liquidazione giudiziale. Il vecchio progetto ha cessato la propria attività e il settore femminile che aveva disputato la Serie A Elite come Furie Rosse non ha proseguito nello stesso modo nella stagione successiva.
Le giocatrici si sono redistribuite.
Alcune hanno scelto l’estero. Altre sono rimaste nel rugby italiano, tra Villorba, Benetton, Rugby Parma e altri percorsi.
Per questo le partenze di Mannini, Andreoli, Antonazzo e Vanni devono essere collocate dentro un contesto particolare. Non possiamo conoscere dall’esterno quanto la situazione societaria abbia pesato sulle decisioni individuali di ognuna, ma sappiamo che, al momento di scegliere il club per il 2026/27, la squadra nella quale avevano giocato l’anno precedente non offriva più la stessa continuità sportiva.
Il confronto con il Valsugana chiarisce bene la differenza.
Ostuni Minuzzi, Stevanin e Vecchini hanno lasciato la squadra campione d’Italia. Le quattro ex Colorno hanno dovuto costruire la stagione successiva dopo la fine del progetto nel quale erano inserite.
Il risultato sul mercato è simile. La storia che c’è dietro no.
Ed è proprio il caso Colorno a suggerire prudenza quando si osserva l’aumento delle italiane all’estero nel 2026. Una parte appartiene all’evoluzione normale di carriere che cercano nuovi livelli di competizione; una parte dell’accelerazione estiva coincide con uno shock molto specifico del sistema italiano.
Prima dell’estero c’è una rete italiana molto più larga
Guardando le venti giocatrici del Media Guide che oggi militano in Francia o Inghilterra, tre nomi tornano spesso nei loro percorsi: Colorno, Valsugana e Villorba.
Colorno compare tra i precedenti club di nove di loro, Valsugana di cinque, Villorba di quattro.
Sarebbe però sbagliato trasformare questi numeri in una classifica delle società che “producono” Azzurre.
Le carriere raccontate dalle schede federali mostrano una rete molto più ampia.
Francesca Andreoli passa da Nea Ostia e Unione Capitolina prima di Colorno e del LOU. Alyssa D’Incà parte dall’Alpago, cresce passando anche da Villorba e oggi gioca a Blagnac. Sara Mannini attraversa CUS Pisa, Puma Bisenzio, Livorno e Colorno prima degli Harlequins. Francesca Sgorbini ha Formiche Pesaro e Bologna prima di arrivare a Colorno e poi in Francia.
Nelle carriere delle venti giocatrici attualmente fuori dall’Italia compaiono più di venti società italiane.
Il passaggio verso Francia e Inghilterra comincia quindi molto prima dell’aeroporto.
Comincia nei settori giovanili, nei club territoriali, nelle società che permettono alle ragazze di continuare a giocare e, più avanti, nei club della Serie A Elite capaci di accompagnarle fino al livello internazionale.
Questo è uno dei punti da tenere presenti quando si parla del valore del campionato italiano: la sua funzione non può essere misurata soltanto dal numero di Azzurre che riesce a trattenere.
C’è anche chi torna
Il movimento avviene in entrambe le direzioni.
Nel gruppo delle Global Series ci sono almeno cinque giocatrici oggi impegnate in Italia che hanno già vissuto un’esperienza in Francia o Inghilterra.
Gaia Buso ha giocato all’Hove RC prima di tornare a Villorba. Giordana Duca è passata dal Sassenage Isère ed è oggi al Valsugana. Gaia Maris ha giocato con Wasps e Romagnat. Michela Sillari ha indossato le maglie di Aylesford e Harlequins. Beatrice Veronese ha alle spalle l’esperienza al Toulon Provence.
Quattro delle cinque giocano oggi al Valsugana.
È un particolare che racconta bene quanto possa diventare complesso il rapporto tra club italiani e campionati stranieri. Lo stesso Valsugana che durante l’estate vede partire tre protagoniste verso Francia e Inghilterra ospita giocatrici che, dopo aver vissuto quegli stessi campionati, hanno scelto di continuare la propria carriera in Italia.
La Serie A Elite perde esperienza, ma può anche recuperarla.
Il punto diventa capire con quale frequenza accada e quanto quella conoscenza riesca poi a circolare nei club, negli allenamenti e accanto alle giocatrici più giovani.
Che cosa porta davvero l’estero alla Nazionale?
È probabilmente la domanda più difficile dell’intero tema.
Dire che Francia e Inghilterra offrano campionati competitivi è facile. Stabilire quanto una singola giocatrice migliori grazie al trasferimento richiede invece di osservare ciò che le succede dopo.
Minuti giocati, responsabilità nel club, posizione utilizzata, continuità, evoluzione tecnica, ruolo assunto in Nazionale: sono questi gli elementi che permetterebbero di capire realmente l’effetto.
Francesca Granzotto, parlando recentemente della propria esperienza a Exeter, ha spiegato come il periodo inglese l’abbia aiutata ad aumentare la consapevolezza nelle proprie capacità e a definire meglio il ruolo sul quale concentrarsi. È un esempio concreto, interessante proprio perché descrive un cambiamento preciso e non un generico “all’estero si cresce”.
Ogni percorso, però, ha condizioni differenti.
Una giocatrice può trovare più minuti, un’altra maggiore concorrenza. Una può cambiare posizione, un’altra scoprire richieste atletiche nuove. Anche all’interno dello stesso campionato cambiano club, strutture e opportunità.
Per la Nazionale conta il risultato di quelle esperienze. E il peso raggiunto dalle giocatrici che militano fuori dall’Italia dimostra che lo staff azzurro deve già coordinarsi con un sistema distribuito tra Paesi diversi.
Nel 2026 la FIR ha inoltre contrattualizzato centralmente 25 giocatrici della Nazionale, comprese atlete tesserate sia in Italia sia all’estero. Anche sul piano organizzativo, quindi, l’alto livello italiano funziona ormai oltre i confini della Serie A Elite.
Che cosa deve restare alla Serie A Elite
Se la Nazionale può beneficiare di giocatrici che ogni settimana affrontano contesti competitivi differenti, il campionato italiano deve risolvere un problema complementare: continuare a essere abbastanza forte da produrre le prossime.
La qualità della Serie A Elite non dipende esclusivamente dal numero di internazionali presenti in campo. Ma perdere molte delle giocatrici più avanzate modifica inevitabilmente l’ambiente nel quale crescono quelle che rimangono.
Cambia il livello degli allenamenti. Cambiano le avversarie affrontate ogni settimana. Cambia la quantità di esperienza internazionale disponibile dentro uno spogliatoio. Cambia anche la riconoscibilità delle squadre per chi comincia a seguire il campionato attraverso la Nazionale.
Allo stesso tempo, impedire alle giocatrici di cercare opportunità migliori non sarebbe una risposta.
Il punto per il rugby italiano è costruire un circuito nel quale la crescita individuale e quella del sistema possano convivere: club capaci di accompagnare una giocatrice fino alla partenza, una Serie A Elite competitiva per chi resta, percorsi aperti per chi rientra e una base sufficientemente larga da sostituire chi sale di livello.
Colorno mostra cosa succede quando un pezzo di quella struttura viene improvvisamente meno.
Il Valsugana mostra un’altra dinamica: può vincere il campionato, perdere tre internazionali verso l’estero e contemporaneamente accogliere giocatrici che da quei campionati sono tornate.
Dentro queste due storie c’è probabilmente una parte del futuro del movimento.
Un equilibrio che non si misura contando le partenze
Nel 2017 una giocatrice su quattro della rosa mondiale italiana militava in Francia o Inghilterra.
Nel settembre 2026 siamo arrivati a una su due.
Se al gruppo attualmente all’estero aggiungiamo chi è tornata dopo aver già giocato nei due Paesi, nel Media Guide delle Global Series 25 giocatrici su 39 hanno avuto un’esperienza diretta nel rugby di club francese o inglese.
Ormai fa parte del percorso possibile di una giocatrice italiana di alto livello.
La questione per i prossimi anni sarà capire se quella circolazione riesca ad alimentare l’intero movimento.
Una Nazionale può utilizzare competenze maturate a Grenoble, Londra, Bordeaux, Clermont o Exeter. Per continuare a farlo avrà però bisogno che in Italia esistano ancora abbastanza società, allenamenti e partite capaci di preparare la giocatrice che partirà dopo.
È lì che si incontrano davvero Nazionale e Serie A Elite.
Il futuro non si leggerà soltanto nel numero delle italiane che giocheranno all’estero, ma nel numero e nel livello di quelle che il rugby italiano riuscirà a portare dietro di loro.

